Sono un cinico cinquantaseienne che non può essere triste

Il generale D'Ubert a passeggio

Tra poco prenderò le mie solite medicine, che da quasi 11 anni mi accompagnano, salvo quando me ne dimentico. E da quasi undici anni sorrido quando sento talebanamente parlare di cure alternative. Pigliate pure quel che vi pare, le mie medicine mi hanno portato fin qui, Marco Paola e Andrea e company mi hanno portato fin qui e oggi più che mai me ne rallegro.

Sono un sopravvissuto e questi mesi di epidemia me lo hanno ricordato nel più brutale dei modi, portandosi via due altri pezzi della mia famiglia: la mia prima tata, ovvero la sorella di mio padre, Rita, e l’unico figlio del fratello di mio padre, Davide. Lo aspettavo quando stavo per compiere dieci anni. Doveva nascere il mio stesso giorno, stette un giorno in più nella pancia. Negli anni della nostra età adulta mi chiamava per farmi gli auguri di compleanno, e giocando sulle nostre date domani lo avrei richiamato per fargli i miei. Purtroppo il gioco è finito.

A Natale 2011, con mio padre si scontava con poche parole quell’annus orribilis, che gli portò via un figlio e la mia Stefania. Mi disse “tutto questo ci rafforza le spalle”. Non trovandolo consolante, gli chiesi “per che cosa”? Il 2020 mi ha dato la risposta. E se quanto scritto fin qui vi sembra triste, sappiate che no, non lo è. Non sono triste, come potrei esserlo? Sono un sopravvissuto, un po’ per fortuna e un po’ perché ho fatto in modo di essere fortunato, quando è stato il momento di agire seguendo l’istinto di sopravvivenza e il buonsenso.

Mi sono scrollato di dosso le paure che la malattia mi ha portato in dote, sciogliendomi dall’immobilismo nel quale mi ero costretto. Sono tornato a chiedermi cosa farò per i prossimi 10 o 15 anni, dopo anni in cui non vedevo simili orizzonti. Ho ritrovato interessi sepolti nei ricordi che hanno altri ritmi e altre discipline. Quando posso faccio le mie piccole imprese scritte con caratteri di sabbia sul bagnasciuga. Sono tornato ad amare e a scoprire che, beh, insomma, gli occhi dell’amore sono ciechi ma non sono esattamente come quelli di Omero: qualche storia può venire proprio male.

Così, con un bel po’ di cinismo in più di cui vado fiero, un carattere ancora più inspessito di quanto sia normalmente sopportabile (del quale non mi glorio) sono arrivato a 56 anni, al momento di scrivere queste righe. Nonostante tutto quanto premesso. E in queste ore vivo tutto il gusto, tutte le idiosincrasie, tutte le domande, tutti i tormenti e tutti gli struggimenti dei miei anni più verdi. Ben sapendo che quelli non sono più, è vero, ma è anche vero che sono altri anni. Anni in più. Il che non è un dettaglio, per un sopravvissuto :-)

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