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Riprendo la mia strada
By kikko
Creato 15/12/2008 - 16:20

Si arriva a un punto - spesso - nel quale anche chi vive di parole, come me, deve guardare un po' più profondamente al loro significato. Chiedersi se veramente ciò al quale si lavora ci rappresenta, unisce i nostri desideri e aspirazioni alla realtà che ci circonda. In un mondo perfetto, tutto dovrebbe collimare. In un mondo che si vorrebbe perfetto ci possono essere sbavature lungo il cammino. Quando queste ultime diventano molte di più, o addirittura segnano l'imbocco di un'altra strada, diversa da quella che si desidera, più simile a quelle che non si sono volute prendere, beh, uno stop è necessario.

Nel '96 ho scelto di lasciare il giornalismo perché credevo fosse importante misurarsi con la realtà, più che guardarla - criticamente - da fuori. Lavorarci - ugualmente criticamente - partecipando. Ho lavorato ormai per tutte le menti politiche più brillanti di Rimini: Giuseppe Chicchi, mentre varava le grandi infrastrutture della città, Sergio Gambini alla Camera e Sergio Zavoli al Senato, Massimo Pironi alla Regione. Idem per le istituzioni, Comune di Rimini, Comune di Riccione, per cinque anni. Mancava solo la Provincia, e di questo me ne dispiaccio: avrei trovato persone che nella comunicazione unita all'amministrazione della Cosa Pubblica ne sanno e mi avrebbero dato molto. Così come mi sono impegnato in molte campagne elettorali, dalle più piccole, per il Consiglio di Quartiere, a quelle di singoli candidati ,alle amministrative, alle Politiche. Non tutte, ma di riffa o di raffa c'ero.

Ma ho scelto anche di non collaborare, e sono diversi quelli ai quali ho detto "no, grazie", perché la politica - anche comunicata - è una questione di scelte. Non solo di poltrone, lavoro, pane e bollette in scadenza. E', soprattutto, una questione di coerenza e desideri condivisi. Non basta essere affiliati a un partito, ti devi anche riconoscere in ciò che un singolo, o una classe dirigente fa, per affiancarla, sentirti parte di un progetto e vederne l'inverarsi. Pian piano, magari, ma riconoscerne i tratti, una volta sfrondate le inevitabili parole retoriche che vi aleggiano intorno.

E' quanto ho fatto anche con il Pd, direttamente. Quando è cominciata la campagna fondativa, con Veltroni e le primarie. Perché credevo che fosse necessaria una profonda riforma delle forme associative, un rinnovo radicale che spazzasse via liturgie e rigidità, blocchi di potere anchilosati, un riaffacciarsi alla vita vissuta che ancora mormora nei circoli e nelle sezioni, nella Rete. Credevo fosse la sola risposta al crollo dei valori democratici che vediamo nella prassi di tutti i giorni, se solo scorriamo le cronache quotidiane.

Non mi sembra che in questi mesi sia stato così. Mi sembra più che questo mormorio ora tecnologizzato continui ad essere una macroscopica pecetta, che si aggiusta e viene adattata nelle forme e nei modi mentre sale ai livelli più alti. Forse una nuova classe dirigente si sta creando, e non ho gli occhi per vederne distintamente dei tratti nuovi. O forse sono solo saturo di ciò che ho vissuto intensamente. Può darsi. Quando scrivo lascio ai lettori trarre le loro conclusioni, perché è giusto così. E lo sarà anche in questa mia.

Quanto al rinnovamento, se non lo vedo attualmente nella politica, quantomeno sarà necessario nella comunicazione, in chi sarà chiamato a farla al posto mio. Perché io, fatte salve le scadenze con le singole istituzioni, riprendo la mia strada.

Ad majora.

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