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In morte di Silvano Cardellini
By kikko
Creato 29/07/2006 - 16:00

Silvano Cardellini e Sergio Zavoli [1]L'ho incontrato per invitarlo a tenere una lezione di giornalismo, eravamo un pugno di ragazzini, qualcuno per età, tutti per esperienza, frequentavamo la “palestra” del settimanale Il Ponte e di lui sapevamo che era “il” cronista politico di Rimini. Silvano si negò. Ci rimasi male, perché non capivo, come avrei fatto, invece, anni dopo. Ci sono cose che non si insegnano, si assimilano o non si assimilano con il mestiere, nel corso degli anni, che non possono essere rinchiuse in un corso per ragazzini. Silvano non faceva il maestro, non metteva in piazza il suo fare, lo faceva e basta. E il non essersi seduto in cattedra era la metafora del suo modo di essere giornalista, anonimo custode della cronaca politica riminese, ruvido osservatore della vita amministrativa della città, che non trovava nelle magiche parole della firma il senso del suo lavoro, come invece parecchi di noi. Quando anni dopo ho cominciato, un po', a conoscerlo, ho capito il senso del suo rifiuto. Silvano stava là, nella sua stanza – che non da nemmeno sulla piazza - e da lì osservava con distacco e riminese disincanto la vita della città, che scorreva nelle dichiarazioni o negli annunci, scegliendo con la sua critica serrata le parole dei tanti attori che si affannano a fare la loro comparsata. Era lui il banco di prova delle notizie che davi, che fossero dal palazzaccio di fronte o da qualunque altra stanzetta del Potere in subaffitto. Se la notizia c'era – e valeva per la comunità – la dava, sfrondata da quei fronzoletti che più o meno ci si mette, per spuntare il titolo o il rigo in più. Alle conferenze stampa era lui che sbirciavo, per vedere, nel suo taccuino, se c'era un senso in quel che gli si propinava o no. E il suo taccuino rispondeva, con quegli scarabocchi fatti di qualche parola, presa tra quelle buone, e i tanti i disegnini che segnavano l'aria fritta volata in quella mezz'ora. E poi aspettavi la sua sentenza: un “Cioccia” a qualche botta un po' più forte, un silenzio o un “Va bene” se qualche cosa c'era, oppure, temutissimo, un “Kikko, non c'è la notizia”, sussurrato piano, col tono che suonava come paternale rimprovero, per un eccesso di prosopopea al quale, sapeva, non potevo sottrarmi per ordini di scuderia. E il giorno dopo si leggeva il responso. Insegnava così, ho realizzato negli anni, non è venuto al corso, e per me è stato un bene: potevo costruirmi in quel rapporto fatto di segnali, che sconfinava nel personale in quelle poche battute che lasciava al telefono, dopo quel “Sì” eternamente scocciato con il quale rispondeva agli annunci di notizia: se c'era tempo chiedeva di come andavano gli amori, se no metteva giù nella fretta di chiudere le pagine. E a me bastava, per sentirmi vicino a uno a dei pochi che considero Maestro. L'abbiamo visto spegnersi come un lumicino, testardo e disincantato testimone di questa città fino alla fine, lucido guardiano del buon senso finché ha potuto, fioca luce di parole che lascia Rimini un po' più in balia della sua riminesità.

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