Debutto – Cinque: Registi

img_3457Chiara ha degli occhi che mi inquietano. Cioè, ti guarda e non capisci cosa c'è dietro quelle pupille nere. Un po' come i personaggi dei quadri di Rembrandt: mamma che angoscia, quelle pupille che ti squadrano mentre le guardi. E poi sta molto zitta. E questo è inquietante. Magari è solo miope e parla solo se ha qualcosa da dire. Però mi inquieta. E poi è la regista. Anche Alberto è regista, però gigioneggia di più. E scherzando smussa gli spigoli. Ma fissa i paletti, quando vanno fissati. Chiara invece è calma ma sembra sempre sul pezzo. A me va bene, gente così. Seria. Quando andavo in mare, me li sceglievo così i comandanti. Magari ci discutevi, cazzeggiavi, però quando era il momento di stare sul pezzo, sapevi che c'erano. Ti portavano fuori. E ti riportavano a casa.

Debutto – Quattro: Ok

img_3402Al laboratorio de "La lokanda" mi sono iscritto perché:

a) volevo continuare a studiare teatro (vedi Debutto - tre...)

b) perché volevo lavorare in gruppo. Scrivo sempre da solo. Anche se sono comunicati, le cose le faccio mie e le scrivo. O forse non è nemmeno così, però è così che mi sentivo: un po' troppo solitario. Lo sono sempre stato. Si vede che cominciava a pesarmi.

Quando Chiara mi ha proposto di aggregarmi, ho detto ok. Più o meno come dice Ok Forrest Gump. La cosa soddisfava le condizioni A e B. E c'era anche la C: si andava in scena davanti a un pubblico. MAi fatto prima. Poi con lei - Chiara Cicognani - ci avevo già lavorato e la cosa mi era piaciuta. Mi ha insegnato un altro modo di leggere i testi. Più profondo. E in quelle settimane ho tirato fuori un monologo e un altro che devo finire di stendere.  Continua la lettura »

Debutto – Tre: Sinceramente

img_3516Io ho ricominciato a fare i corsi di teatro perché mi si era seccata la vena. Che è lo stesso motivo per il quale ho aperto il blog. Poi ho continuato perché, quando lavoravo a Teleromagna, già prima di registrare cominciavo a sudare. Certe gore... E mi impaperavo fisso. E il cameraman sbuffava. All'inizio, per registrare 20 secondi rifacevo 6, 7, 8 volte. Una volta, fuori dal Pio Manzù, dovevo registrare il lancio del servizio. C'era una vigilessa che mi guardava, lei appoggiata alla transenna, io davanti al cartellone, con tutto uno svolazzo di bandiere di tutto il mondo, con quel "gelato" in mano. E Carlo il cameraman già con la testa verso casa. "Signorina - gli ho detto - non mi guardi che mi vergogno". Ha riso. La sincerità mica sempre paga.

Debutto – Due: Più o meno

img_3429Io non l'ho mica capito cosa stavo facendo. Sul palco, intendo. L'ho capito più o meno l'altro ieri, passato lo stordimento. Anzi, passato tutto. E' stato più o meno come buttarsi dall'aereo. Cioè, non proprio uguale uguale, ma più o meno sì. Fai il corso, in questo caso le prove. E con te ci sono altri che faranno la stessa cosa. Ti studi per bene la parte, le battute, i movimenti, le entrate, le uscite. Cioè, più o meno le procedure. Vabbé, non ti dicono "afferri il moschettone, lo agganci al cavo d'acciaio, arrivi al portellone, lo afferri i due lati con le mani rivolte all'esterno - senno ti pianti lì -, salti". Non te lo dicono, no. Ma più o meno è così. Che ne sai di cosa succede dopo? Se conti - milleuno, milledue, milletre, shock - oppure no... Se la battuta ti viene o vai in black out, se te la danno o la saltano a pié pari... Niente. Non lo sai. Ti attacchi alla parte e alle prove: la procedura.  Continua la lettura »

Debutto - Uno

img_3416La notte prima dello spettacolo volevo guardarmi Turnée, di Salvatores. Mi riconoscevo tanto in Fabrizio Bentivoglio, che interpreta l'attore scoppiato, quello che al momento di dire la prima battuta non muove un muscolo, nemmeno su suggerimento. Piantato sul palcoscenico come gli alberi della scenografia. Un'ora prima, all'ultima prova, ero uscito dalla prima scena scordandomi la battuta più lunga. E lo stesso ho fatto nella VI scena. Quei secondi interminabili erano più assordanti di un altoparlante che grida "Kikko, coglione". Sul copione ho scritto, poi, "Non uscire". Sottolineato due volte. Le papere e i black-out di memoria non li ho nemmeno contati. Sarebbe stato come sparare a uno che caga.  Continua la lettura »

Suonate i Campanelli del grattacielo e salite in teatro: cinque appartamenti per altrettante storie di drammatica quotidianità

Il grattacielo di Rimini è stato, all'epoca, il simbolo della modernità. Almeno, negli anni '60. Poi è diventato il simbolo della decadenza: gli appartamenti costavano relativamente poco, rispetto alla bolla speculativa che ingloba la città. E questo perché il "clima" non era dei migliori: prostituzione, droga ecc, ecc. Con i costi bassi, si sono insediate numerose famiglie extracomunitarie, e quindi è diventato un luogo un po' di "frontiera". Oggi, un'altra metamorfosi per questo obelisco ventoso di un'ottantina di metri: è diventato per qualche giorno il simbolo del teatro a Rimini. E cinque appartamenti altrettanti prosceni. Ovvero, "Campanelli. Teatro al Grattacielo". Davvero uno spettacolo. Che verrà replicato fino al 24 aprile. I biglietti sono già esauriti, mi dicono, ma non disperate: credo ci sarà una o più repliche per la notte rosa. E quindi prenotatevi in tempo, perché ne vale la pena.  Continua la lettura »

Chiude il mondo di Galatea. Ed io mi sento un po' più solo

Tra i miei blog preferiti c'era Il mondo di Galatea . C'era, perché ha chiuso. E' incappata in un problema professionale: scrivendo narrazioni ad ambientazione scolastica, alcuni suoi alunni si sono immedesimati nei personaggi da lei creati per raccontare una scuola media nel Nordest. Perché lei scrive, anche, del Nordest. E anche per questo la leggevo con gusto. Un gusto condiviso con altri 500 lettori al giorno, tanti ne ha raggiunti in appena un anno di vita e un po' Il mondo di Galatea. Storie di vita quotidiana tra scuola, politica, società nel bianco Veneto, personaggi che si affacciano in qualche post ogni tanto per raccontarlo, fuori dalle cronache, nel territorio della finzione.  Continua la lettura »

The day after. Che poi è giusto l'inizio.

Non sono sconvolto. Non ho versato lacrime, né mi sono stracciato le vesti. Non sono terrorizzato, incazzato, e nemmeno deluso. E' andata così, molto, molto peggio di quel che avevo immaginato negli ultimi giorni, sicuro di una tonda vittoria sul filo di lana, che da "si può fare" si trasformava in un "ce l'abbiamo fatta". Non è successo. Anzi, non solo non abbiamo vinto, ma non si è avverato nulla di quel che mi sarebbe piaciuto avvenisse. La destra non si è mangiata i voti di An, la sinistra non ha avuto un suo risultato che dichiarasse a tutto tondo che il processo aggregativo era la loro strada, il nano paffuto non è stato sconfitto. Quindi, per la prossima volta, non chiedetemi, amici e conoscenti, pronostici: vi metterei su una falsa pista.

Ma non riesco a provare nessuna di queste sensazioni negative. Un vuoto sì, certo. Piuttosto sento solo la consapevolezza che devo aspettarmi, per i prossimi cinque anni, un cucchiaino di merda ogni giorno. Una curiosa medicina che abbiamo già ampiamente sperimentato. Ma evidentemente non è bastata.  Continua la lettura »

Mrs Ransome e la casa svuotata dai ladri: “Nudi e crudi”, un divertente giallo della mezza età di Alan Bennet

Casa Ransome era stata svaligiata. "Rapinata" disse Mrs Ransome. "Svaligiata" la corresse il marito. Le rapine si fanno in banca; una casa si svaligia. Mr Ransome era avvocato e riteneva che le parole avessero la loro importanza. Anche se in questo caso era difficile trovare un termine preciso. Di solito un ladro sceglie, fa una cernita, prende un oggetto e ne lascia altri. C'è un limite a ciò che si riesce a far sparire: per esempio, è raro che porti via una poltrona, ancor più raro un divano. Questi ladri, però, l'avevano fatto. Avevano preso tutto.

Ecco come inizia la bizzarra storia dei coniugi Ransome, coppia di mezza età, senza figli, lui avvocato un po' pedante, lei casalinga, dopo essere stati ad ascoltare a teatro un "Così fan tutte di Mozart", l'unico autore musicale ammesso in casa Ransome. Aperta la porta i due si trovano ad essere "Nudi e crudi", romanzo comico di Alan Bennet, che sta raggiungendo la scaffalatura dei libri stranieri della mia libreria, dopo che me lo sono goduto in un lampo.  Continua la lettura »

Teatro in corso: con “La locanda del mare”, a Verucchio, debutto in scena. Tranquilli, non sono solo, gli altri sanno recitare

Tra le migliaia di riminesi che ogni inverno ammazzano il placido sonnecchiare del Paese di Moraldo a colpi di corsi e seminari, ci sono anche io. C'è chi studia le danze etniche, quella del ventre, la pittura, le filosofie orientali, lo yoga, il fumetto, la cucina e l'inglese. Io faccio teatro. Sounds good, he?! Se poi uno non mi ha mai visto recitare, wow! il suono è più squillante. C'è da dire che a Rimini più o meno tutti fanno teatro: ci sono una trentina di compagnie, un'associazione di associazioni, un paio di siti, tre o quattro sedi permanenti di attori e corsi. Se ci aggiungiamo le compagnie dialettali, le parrocchie e i pugili, quando salgono sulle gallerie dell'autostrada, tra poco qualcuno si sveglierà e ci ribattezzerà con un nomignolo tipo "capitale europea della recitazione" (che qui, come definizione, va tanto di moda...). Capirete, quindi, che sono in buona compagnia.  Continua la lettura »

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